Anche al fine di tutelare la correttezza delle informazioni fornite al pubblico, l’uso del titolo professionale è soggetto a particolari cautele, non solo deontologiche (artt. 5 e 36 cdf).

L’Avvocato.

Il titolo di avvocato presuppone l’iscrizione al relativo albo professionale (art. 2, co. 7, L. n. 247/2012; v. pure l’art. 498 c.p. in tema di “Usurpazione di titoli o di onori”), ma tale uso può essere mantenuto anche a seguito di cancellazione dall’albo stesso, purché non avvenuta per motivi disciplinari ossia a seguito di radiazione (art. 2, co. 8, L. n. 247/2012) e a condizione che l’uso “onorifico” del titolo non dissimuli in realtà un esercizio abusivo della professione (art. 348 c.p.), giacché “L’iscrizione ad un albo circondariale è condizione per l’esercizio della professione di avvocato” (art. 2, co. 3, L. n. 247/2012).

Fanno eccezione gli avvocati dello Stato, che possono utilizzare il titolo professionale come gli avvocati del libero Foro (art. 2, co. 7, L. n. 247/2012), pur non essendo iscritti all’albo forense (cfr. RD n. 1611/1933) e, in quanto tali, non sono neppure soggetti al potere disciplinare o potestas judicandi dell’Ordine forense (rectius, del CDD), a cui non appartengono, essendo infatti “equiparati ai magistrati dell’Ordine giudiziario” (art. 23 RD n. 1611/1933 cit.).

L’Avvocato specializzato.

Gli avvocati possono ottenere dal CNF il titolo di “specialista” o “specializzato” in una o più materie (art. 9 L. n. 247/2012) a determinate condizioni (cfr. D.M. n. 144/2015).

Conseguentemente, in difetto di tale formale attribuzione, l’avvocato non può fregiarsi del predetto titolo, giacché ingenererebbe illecita confusione tra le “materie di attività prevalente” e le vere e proprie “specializzazioni professionali” (in questo senso, Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Stoppani, rel. Virgintino), sentenza n. 90 del 13 giugno 2022, Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Logrieco, rel. Baffa), sentenza n. 16 del 23 aprile 2019, Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Picchioni, rel. Picchioni), sentenza n. 49 del 29 aprile 2017, Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Vermiglio, rel. Pasqualin), sentenza n. 39 del 20 marzo 2014).

Inoltre, l’attribuzione di detta qualità non può avvenire neppure in modo implicito, come nel caso di aggettivi che facciano riferimento ad una supposta specializzazione, come ad esempio nel caso di “Studio Legale Militare” (Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Stoppani, rel. Virgintino), sentenza n. 90 del 13 giugno 2022).

Infone, poiché la legge fa espresso riferimento agli “avvocati” (art. 9, co. 1, L. n. 247/2012), deve escludersi che il titolo di “specialista” o “spacializzato” possa essere attribuito ai praticanti avvocati e agli avvocati stabiliti, i quali pertanto non possono fregiarsi del predetto titolo.

Il Praticante Avvocato.

In quanto iscritti nell’omonimo Registro e non nell’albo, i praticanti avvocati non possono fregiarsi del titolo di “Avvocato”, né usare nella propria corrispondenza l’espressione “Studio Legale” (Consiglio Nazionale Forense (pres. Stoppani Isabella Maria, rel. Virgintino Emmanuele), sentenza n. 90 del 13 Giugno 2022), e neppure abbreviazioni equivoche che possano ingenerare confusione sul titolo professionale posseduto, come ad esempio “p.Avv.” (Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Stoppani, rel. Virgintino), sentenza n. 90 del 13 giugno 2022). Infatti, “L’iscritto nel registro dei praticanti può usare esclusivamente e per esteso il titolo di “praticante avvocato”, con l’eventuale indicazione di “abilitato al patrocinio” qualora abbia conseguito tale abilitazione.” (art. 35, co. 5, cdf).

Sempre al fine di evitare equivoci, quand’anche non intenzionali, deve parimenti ritenersi vietata l’inversione dell’ordine delle parole, ossia da “Praticante Avvocato” a “Avvocato praticante”, che lascia intendere tutt’altro.

L’Avvocato Stabilito.

Gli avvocati stabiliti (ossia i cittadini comunitari che esercitano in Italia la professione forense in modo permanente) sono tenuti a fare uso del titolo professionale di origine, indicato per intero nella lingua o in una delle lingue ufficiali dello Stato membro di origine, in modo comprensibile e tale da evitare confusione con il titolo di avvocato (art. 7 D.Lgs. n. 96/2001).

Ad essi è perciò vietato l’uso non solo del titolo di avvocato per esteso senza la precisazione “stabilito”, ma anche dell’espressione “Studio Legale” (Consiglio Nazionale Forense (pres. Masi, rel. Standoli), sentenza n. 164 del 3 ottobre 2022) nonché di abbreviazioni equivoche che possano ingenerare confusione sul titolo professionale posseduto, come ad esempio “avv.” per “Avvocato” (Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Corona, rel. De Benedittis), sentenza n. 273 del 28 novembre 2023, Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Corona, rel. Sacco), sentenza n. 18 del 28 febbraio 2023, Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Melogli, rel. Giraudo), sentenza n. 238 del 28 dicembre 2021, nonché Consiglio Nazionale Forense (pres. Alpa, rel. Salazar), sentenza del 26 settembre 2014, n. 115), “Avv. S.” o “Avv. Stab.” in luogo di “Avvocato Stabilito” (Consiglio Nazionale Forense (pres. Alpa, rel. Salazar), sentenza del 26 settembre 2014, n. 115), “Av.” in luogo di “Avogado” (Consiglio Nazionale Forense (pres. Mascherin, rel. Picchioni), sentenza del 12 settembre 2018, n. 104, confermata da Corte di Cassazione (pres. Petitti, rel. Acierno), SS.UU, sentenza n. 17563 del 28 giugno 2019).

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