La mancata partecipazione a un’udienza da parte dell’avvocato senza un legittimo impedimento e senza aver nominato un sostituto processuale o di udienza costituisce un illecito deontologico ai sensi del Codice Deontologico Forense (CDF), che stabilisce l’obbligo per l’avvocato di agire con “diligenza” nel perseguire l’interesse affidatogli dal cliente. Tale comportamento è considerato un illecito istantaneo ai fini della prescrizione dell’azione disciplinare.

La rinuncia al mandato da parte dell’avvocato deve essere invece comunicata con un congruo preavviso alla parte assistita, secondo i principi di correttezza, diligenza e lealtà, come previsto dal codice deontologico. Ciò è necessario per evitare pregiudizi alla parte assistita e per consentirle di trovare tempestivamente un nuovo difensore.

La sentenza n. 64 del 29 luglio 2019 del Consiglio Nazionale Forense (CNF) ha chiarito che la rinuncia al mandato comunicata pochi giorni prima dell’udienza, senza preoccuparsi delle conseguenze per l’assistito, può costituire una violazione deontologica.

In caso di inadempimento al mandato per mancata partecipazione all’udienza, il CNF ha anche stabilito che la sanzione disciplinare appropriata può essere la censura, come indicato nella sentenza n. 151 del 3 settembre 2013.

La giurisprudenza, come la sentenza della Corte di Cassazione n. 5596 del 28 febbraio 2020, ha anche precisato che la partecipazione del difensore all’udienza è una scelta libera e non determina una violazione del diritto di difesa a meno che non ci sia un reale impedimento a comparire.

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